
Barbara Longhi, Santa Caterina d'Alessandria. Pinacoteca Nazionale di
Bologna
Angeles Santos Torroella, Tertulia, 1929. Museo Nacional Centro de Arte
Reina Sofia, Madrid

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il re dei Traci, 1659. Museo di
Capodimonte, Napoli

Anna Lea
Merrit, Love locked out, 1889.
Tate, London
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La mostra presenterà oltre
200 opere realizzate tra il XVI e il XX secolo da 110 artiste, tra cui
Rosalba Carriera, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani,
Nathalie Gontcharova, Camille Claudel, Tamara de Lempicka, provenienti da
musei e collezioni di 14 paesi, europei ed extraeuropei, quali il Museo
Nacional del Prado e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid,
il Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou di Parigi, il
National Museum of Women in the Arts di Washington, la Galleria degli Uffizi
di Firenze, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli.
“Certo in nessun’altra
età”, ebbe modo di scrivere Giorgio Vasari nelle sue Vite, “s’è ciò meglio
potuto conoscere, che nella nostra; dove le donne hanno acquistato
grandissime lettere”. Il percorso espositivo non poteva quindi che prendere
inizio proprio dal Rinascimento, quando, in Italia e in Europa, il caso di
una donna artista non rappresentava più, come nel Medioevo, un fenomeno
isolato.
Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana sono alcune delle prime artiste
attive nel Cinquecento italiano.
Figura mitica, per aver ricevuto, vecchissima e cieca, l’omaggio di una
visita di Anton van Dyck, Sofonisba Anguissola (c.1535-1625), cremonese, si
specializzò, come le sue sorelle, soprattutto nel ritratto e
nell’autoritratto, introducendo un tema che avrà, nelle biografie delle
artiste, uno speciale rilievo e un preciso significato, destinato a divenire
uno dei filoni principali della produzione femminile fino ai nostri giorni.
“Dama di honore de
la Reyna”
di Spagna, l’Anguissola, di cui si espongono due tra le opere maggiori,
(Autoritratto al cavalletto e Partita a scacchi) fu la prima donna a godere
dell’appoggio dei monarchi europei.
Lavinia Fontana (1552-1614), sua quasi coetanea bolognese, divenne a sua
volta ritrattista ufficiale delle famiglie nobili della città. Figlia di uno
dei protagonisti del manierismo bolognese molto attivo a Roma a metà del
Cinquecento, Lavinia si formò alla scuola del padre, animata da un gusto
eclettico che univa ai modelli tosco-romani e parmensi i primi sentori di
quello spirito nuovo che avrebbe nutrito la “riforma” dei Carracci.
Era assai frequente che le artiste fossero figlie o sorelle e mogli di
artisti.
È il caso di Marietta Robusti (c.1550-1590), figlia di Tintoretto, detta la
Tintoretta, presente col suo luminoso Autoritratto della Galleria degli
Uffizi, che fa cenno alla sua educazione musicale, in accordo con le regole
educative del tempo.
Ma è la romana Artemisia Gentileschi (1593-1654) ad avere ricoperto un ruolo
fondamentale nell’affermazione della donna artista, non solo perché fu una
grande pittrice, ma anche perché fu lei a ispirare, negli anni Settanta del
secolo scorso, un nuovo interesse di natura femminista e sociale, su tutto
il mondo femminile nelle arti. Figlia di Orazio Gentileschi, caravaggista
della prima ora, subì violenza da Agostino Tassi, pittore raffinatissimo, e
lo denunciò. La raccolta degli atti del processo per lo stupro subito è uno
dei primi documenti di questo tipo e spiega l’oscuro fascino che, unendosi a
quello della sua pittura, la trasformò in una eroina senza tempo. Continuò a
dipingere scene dove il sangue gronda purpureo e lasciò alcune delle più
stupefacenti immagini di Giuditta, l’eroina biblica. Giuditta, Susanna,
Betsabea divengono i soggetti preferiti di Artemisia e delle artiste
seicentesche, che scelsero di rappresentare donne eccezionali della storia
classica e della storie biblica, femmes fortes in cui identificavano il loro
stesso destino.
Elisabetta Sirani (1638-1665), figlia di un pittore allievo di Guido Reni,
Giovanni Andrea Sirani, ebbe un destino opposto a quello di Artemisia.
Dedita soltanto alla sua arte, visse soli ventisette anni, lavorando
indefessamente, ma morì all’improvviso, forse avvelenata. Entrò quindi nella
leggenda: era donna, era pittrice, era figlia di un pittore. La morte
giovane aggiunse un’aura alla sua figura; il sospetto avvelenamento
trasformò l’intera vicenda in giallo.
Nel Settecento il palcoscenico delle donne dell’arte si apre per accogliere
biografie straordinarie, quali quelle dell’italiana Rosalba Carriera
(1675-1757) specializzata nella raffinatissima tecnica del pastello qui
rappresentata da uno splendido Autoritratto e da un Ritratto maschile, che
fu attiva presso le maggiori corti d’Europa, da Parigi a Vienna e della
svizzera Angelica Kauffmann (1741-1897), colta interprete di un precoce
neoclassicismo ancora intriso di grazie rococò, splendidamente rappresentato
nelle due opere in mostra, Erminia e l’Immortalità.
Con l’Ottocento le schiere s’infoltiscono: ecco dunque Berthe Morisot
(1841-1895) cognata di Edouard Manet e protagonista dell’Impressionismo e
delle sue battaglie, specializzata nella resa di temi domestici e intimi,
Eva Gonzalès (1849 – 1883),e l’americana Mary Cassatt (1844 - 1926),
scoperta da Degas e da lui introdotta nell’ambiente impressionista.
Suzanne Valadon
(1867-1938), madre di Maurice Utrillo, fu una figura in intelligente
equilibrio tra i due secoli, tanto da anticipare molte delle visioni
fauviste o cubiste. Negli stessi anni si consumò la vita tormentata di
Camille Claudel, (1864-1943) maggior scultrice dell’Ottocento, la cui
esistenza fu segnata dalla relazione con Auguste Rodin, suo maestro. La
mostra accoglie il famoso ritratto che la giovane allieva eseguì
dell’amante, e un bronzo raffigurante La Valse.
Grande scultrice, potente artigiana, infaticabile lavoratrice, era la sola
donna dell’atelier di Rodin che potesse tagliare il suo marmo - compito da
uomini. Allo stesso tempo è interprete delicata e sensibilissima di una
misura che declinava il modello rodiniano nella sfumatura più moderna delle
curve e dei motivi decorativi: abbassò il tono stentoreo e monumentale del
maestro, per scoprire la forza anche dentro una scultura di dimensioni
inferiori.
Si giunge così al Novecento, attraverso l’opera elegantissima di Elisabeth
Chaplin (1890-1982), francese di origine ma di cultura italiana, di cui si
espongono due capolavori provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna di
Palazzo Pitti, alle prime avanguardie e all’inglese Vanessa Bell
(1879-1961), protagonista, con la sorella Virginia Woolf, di un movimento
straordinariamente vivace nell’Inghilterra tra i due secoli.
Artiste quali Gabriele Münter (1877-1962), Marianne von Werefkin
(1860-1938), Paula Modersohn-Becker (1876-1907) e Käthe Kollwitz
(1867-1945), presente con un nutrito gruppo di opere, vissero da
protagoniste l’atmosfera cosmopolita della Germania del primo espressionismo
gareggiando con le prime donne italiane lanciate nell’entusiasmo mediatico
del futurismo.
Meteore fuori dal coro, Tamara de Lempicka (1902-1980) e Frida Kahlo
(1907-1954) sconcertano non solo con le opere, ma anche con le loro
biografie. Autrici di altissima individualità, seppero tracciare linee
uniche e indipendenti tra le correnti del secolo.
Il Novecento spalanca la complessità del contemporaneo presentando voci
sparse, ormai non più elencabili secondo un ordine, né di nazione, né di
tendenze, come Meret Oppenheim (1913-1985), indiscussa protagonista di uno
sperimentalismo sempre all’avanguardia.
Artematica ringrazia
sentitamente per la collaborazione il National Museum of Women in the Arts
di Washington e l'Associazione Amici del National Museum of Women in the
Arts di Milano. |