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A Milano in Palazzo Reale la più grande mostra dedicata al movimento rivoluzionario che volle rompere con gli schemi angusti della borghesia. La città che vide nascere la Scapigliatura ospita ora, dopo quarant’anni dall’ultima esposizione alla Permanente, una ricca rassegna dedicata agli artisti ribelli e anticonformisti che turbarono gli animi dei benpensanti nell’Italia post-unitaria. Fermento intellettuale ma anche congerie socio-politica, la Scapigliatura fu un’esperienza a tutto tondo, che coinvolse tutte le arti, scultura, pittura, musica, letteratura, e teatro verso un rinnovamento o, meglio ancora, un capovolgimento ideologico, artistico e di costume.
Un ampio e poliedrico movimento di rivolta che raccolse personalità libere, unite dall’insofferenza e dal medesimo disagio di vivere che portarono a compimento una (con)fusione tra vita e arte.
Ispirati dai poètes maudits, gli scapigliati vissero esistenze dissipate, dissolute, tra droga e assenzio, tra miseria ricercata e tendenze all’autodistruzione. E mentre a Parigi negli stessi anni gli impressionisti furono emarginati e ignorati dai canali ufficiali al punto da non ottenere visibilità alcuna, gli Scapigliati agitarono l’intera città.
Nel tentativo di uscire dai limiti ormai logori della letteratura tardo-romantica e dalla temperie post-risorgimentale, gli intellettuali milanesi si accostarono alle nuove esperienze europee, specie francesi. Sentirono il bisogno di guardare alla realtà concreta del mondo circostante con occhio lucido e spregiudicato, rifiutando lo schermo delle vecchie retoriche.
L’arte e gli artisti dovevano essere infatti estranei ai canoni borghesi ed in rivolta verso una società dedita ad uno sviluppo tutto materiale: essi negavano il valore tradizionale della bellezza, rivendicando una concezione della realtà frantumata e contraddittoria.
In pittura questi intendimenti porteranno al rifiuto dello stile accademico, all’abbandono dei temi di storia e a tralasciare anche gli argomenti di ordine sociale e quindi della pittura realista, con una scelta provocatoria per soggetti e temi che pescassero nel ‘privato’ e nell’ ‘intimo’, quasi ad evidenziare polemicamente il loro distacco dai risultati artistici al servizio d’una società nella quale non si riconoscevano. Trionferanno quindi, nei temi degli scapigliati, il ritratto, il ‘paesaggio cittadino’ e le scene d’interni, espressioni di un percorso introspettivo privato, alla ricerca dei dubbi, delle inquietudini, delle insicurezze degli individui e del loro ambiente.
Sarà un percorso pittorico che abbandonerà il disegno tornito e la pittura definita delle accademie per affidarsi ad un gesto guizzante, quasi senza contorni , con appariscenti contrasti luministici a sottolineare un sottile turbamento dello stato d’animo dei personaggi rappresentati. La pennellata si sfrangia e la materia pittorica si fa pulviscolare, con quell’irrequietezza del pennello che esalta il frammentario, il provvisorio, l’instabile del sentimento che si punta a rappresentare.
Anche lo stile della scultura prende gli aspetti ‘disfatti’ della pittura. Le opere di Giuseppe Grandi perdono infatti la levigatezza neoclassica e i nitori delle retoriche statue romantiche, per trattenere nelle loro forme quel gesto mosso dell’azione modellante, vibrante di un luminismo pittorico che avrà i suoi esiti estremi nelle sfumanti ‘liquidità’ delle sculture di Medardo Rosso.
In questo clima il referente storico cui si rifecero gli scapigliati non poteva avere la sua fonte che nell’unico artista della precedente stagione romantica che aveva sciolto lo stile accademico, dando vita ad una personalissima pittura sfaldata e nebulosa: l’opera cui guardarono fu infatti la pittura di Giovanni Carnovali detto Il Piccio, che, con la sua tragica fine nelle acque del Po, li aveva forse preceduti anche negli esiti drammatici delle loro vite.
La mostra proporrà – in circa 280 opere (dipinti, sculture, opere su carta), corredate da testi, fotografie, spartiti – trentotto artisti (per l’esattezza, coinvolte tre generazioni), entro il ventaglio dei quattro decenni (1860-1900) che hanno visto il movimento evolversi dalla serrata polemica iniziale ad un nuovo accademismo.
Nel percorso espositivo piccole ‘personali’ saranno dedicate ai precursori, Giovanni Carnovali detto Il Piccio, Federico Faruffini e Filippo Carcano, e ai protagonisti per antonomasia che maggiormente hanno concretizzato l’estetica scapigliata, Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona e Giuseppe Grandi.
Di Grandi, poi, al quale si deve l’elaborazione di una scultura ‘pittorica’, si presenteranno per la prima volta gli studi in bronzo e i gessi, restaurati per l’occasione, del Monumento alle Cinque Giornate.
Tra le nuove leve, ampio spazio sarà concesso a Gaetano Previati, che fra i divisionisti rimarrà quello maggiormente legato ai canoni scapigliati, e a Paolo Troubetzkoy, il cosiddetto ‘Boldini della scultura’, che trasformerà il linguaggio scapigliato in koiné internazionale, realizzando l’ideale del suo maestro Ranzoni.
E infine Medardo Rosso, il ‘caso’ a sé, creatore dello spazio moderno, in cui le radici scapigliate determinano un’evoluzione verso una scultura sempre più dematerializzata, che diventa memoria della percezione e non percezione stessa. L’artista sarà riproposto anche nell’ottica allargata del conflitto con Rodin e dell’ambiente francese.
Un’ ampia sezione dedicata alla caricatura scapigliata, assieme a lettere, foto e riviste sarà ospitata presso la Fondazione Biblioteca di via Senato e sarà visitabile per tutto il periodo della mostra.
Dopo più di un secolo la Scapigliatura – pur tappa imprescindibile nel cammino delle avanguardie – è finalmente considerata per se stessa, nella complessa evoluzione da linguaggio di rottura nelle ‘tre arti’ a un raffinato accademismo.
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